Sue!

Si legge Su! ed è il mio soprannome, oltre ad essere un imperativo categorico che ti esorta a stare in piedi!

Ash, “I Started A Fire”, Da Twilight of Innocents (2007)

Garden State (La mia vita a Garden State), 2004, di Zach Braff.

Meg, “Audioricordi”, da Meg (2004)

Eye, Maurits Cornelis Escher (1946)

Alcuni mi giudicano più ingenuo, o più calcolatore, di quanto sia in realtà. Pazienza. Anche come sono io in realtà, è una mia idea soggettiva. Gli altri avranno le loro ragioni. Che importa? Non è una questione di malintesi, ma di modi di vedere diversi. Il mio è questo. Detto ciò, ci sono persone che riconoscono la mia “normalità” e ne sono attratte. Queste persone e io ci attiriamo a vicenda, come pianeti sospesi nel buio dell’universo, che una forza irresistibile avvicina l’uno all’altro, per poi allontanarli di nuovo. Mi cercano, creano un rapporto con me e un bel giorno se ne vanno. Possono essere amici, amanti, mogli. Anche nemici. Ma sempre, prima o poi, se ne vanno. Per stanchezza, disperazione, o perchè le cose che avevano da dire si sono esaurite, come un rubinetto che non dà più acqua. Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire. Rigorosamente divise. Dalla porta d’ingresso non si può uscire, e da quella d’uscita non si può entrare. Tutti seguono questa regola. Possono variare le modalità, ma tuti finiscono per andare via. C’è chi è andato via per sperimentare nuove possibilità, chi per risparmiare tempo. Qualcuno è morto. Fatto sta che non è rimasto nessuno. Tranne me, unico superstite. La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri, i motivi canticchiati a bassavoce, aleggiano come polvere negli angoli di casa mia. Ho il sospetto che l’immagine che avevano di me fosse quella giusta. Per questo sono venuti tutti qui da me e per questo alla fine sono andati via. Hanno riconosciuto in me una certa integrità, il mio impegno per mantenerla. Hanno cercato di parlare con me, di aprirmi il loro cuore. Erano quasi tutte persone generose. Ma io non sono riuscito a dar loro niente, o troppo poco, nonostante i miei sforzi. Ho fatto quel che ho potuto. Anch’io cercavo qualcosa in loro. Non ha funzionato e così se ne sono andate. Inutile dire che è stato doloroso. Ma la cosa più dolorosa era il fatto che loro lasciassero la mia casa più tristi di quando erano arrivate. Come se nel frattempo qualcosa in loro si fosse logorato. Me ne rendevo conto. E’ strano, ma ne uscivano sempre più segnate di me. Perchè? Perchè alla fine rimanevo sempre solo? Perchè alla fine le mie mani stringevano solo ombre? Non so dirlo.

Haruki Murakami, Dance Dance Dance

Chisato Tsumori Fall/Winter 2009.

Ophelia, John Everett Millais (1852)

Libero

Libero

La fille sur le pont (La ragazza sul ponte), 1999, di Patrice Leconte.

Promiscuo

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